Casa, clima, città.

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Riqualificare l’edilizia pubblica è l’investimento pubblico migliore che possiamo fare, per rispondere alla rabbia delle piazze

Le piazze spagnole che si sono riempite dopo la bocciatura dei decreti sull’emergenza casa non sono una protesta isolata. Sono la spia rossa di un motore che in tutta Europa sta andando in fiamme. Quando i prezzi delle abitazioni nell’Unione crescono di quasi il 70% e gli affitti di oltre un terzo in pochi anni, l’accesso a un’abitazione adeguata smette di essere un tema settoriale e si rivela per ciò che è diventato: una delle principali fabbriche di disuguaglianza del nostro tempo.

Quell’onda d’indignazione, che a Madrid ha spinto Pedro Sánchez a scommettere sul voto anticipato per sbloccare l’impasse politico, è arrivata da tempo anche in Italia. Spinta dalle tende piantate dagli studenti davanti ai politecnici e ricucita da esperienze d’avanguardia territoriale come il Social Forum dell’Abitare, una vasta alleanza sociale sta gridando che la casa non può essere lasciata in balia della rendita finanziaria o delle locazioni brevi.

Eppure, la risposta nel nostro Paese continua a essere segnata da un’assurdità sistemica: l’incapacità di leggere la realtà nei suoi legami profondi. Mentre la politica misura l’emergenza contando i cantieri, continua a ignorare la trasformazione della nostra società. Il recente rapporto “Abitare la longevità”, promosso da Auser, Spi CGIL ed associazione Abitare e Anziani, descrive un Paese che sta cambiando pelle: oggi un quarto degli italiani ha più di 65 anni, entro il 2040 saranno un terzo e oltre 6 milioni vivranno soli. Viviamo più a lungo, ma in case spesso troppo grandi, energeticamente voraci, isolate dai servizi, inadeguate ad affrontare le transizioni in atto. La casa non è un semplice manufatto di mattoni o un bene patrimoniale; è il modo in cui le persone abitano un territorio, la prima infrastruttura sociale del benessere, della cura e dell’autonomia.

Continuare a pensare le politiche abitative senza guardare alla mutazione demografica, alle nuove forme di fragilità e alla solitudine significa condannarsi a costruire risposte per un Paese che non esiste più. Il vero cortocircuito risiede nella frammentazione legislativa. In Italia si continua a normare tenendo rigorosamente separati quattro capitoli che sono in realtà la stessa cosa: diritto alla casa, rigenerazione urbana, adattamento al mutamento climatico ed efficientamento energetico. Il risultato di questa cecità è sotto gli occhi di tutti. Secondo i dati Istat ed Eurostat, il sovraffollamento abitativo in Italia riguarda il 28% della popolazione contro una media europea del 17,1%.

Negli ultimi vent’anni i permessi di costruzione in Italia sono crollati dell’80%. Contemporaneamente, l’ultimo rapporto SNPA-ISPRA ci dice che nel 2024 il consumo di suolo ha toccato il valore record del decennio: 83,7 chilometri quadrati impermeabilizzati in un solo anno. Costruiamo dove non serve, spesso su suoli agricoli o in aree a rischio idrogeologico, e lasciamo marcire il patrimonio esistente nelle periferie e nelle aree interne. Allo stesso tempo, l’emergenza climatica ha un preciso codice postale. Le ondate di calore estive colpiscono con violenza proprio i quartieri più densi, poveri di verde e socialmente fragili, trasformando l’inefficienza energetica in povertà energetica e rischio per la salute dei più deboli. Se il nesso si spezza, la casa diventa soltanto “numero di alloggi da consegnare” e la rigenerazione “un insieme di immobili da sostituire” con premi volumetrici a vantaggio dei privati.

È il modello che ha caratterizzato gran parte della stagione del PNRR o l’impostazione di interventi parziali: misure a termine e fondi riassorbiti senza un’idea d’insieme. La vera rigenerazione urbana è quella che riunisce questi tasselli. Un intervento di riqualificazione profonda su un quartiere di edilizia pubblica o su un immobile dismesso produce simultaneamente un taglio delle emissioni, un abbattimento delle bollette, la riduzione del rischio climatico e la garanzia del diritto all’abitare. È l’investimento pubblico con il più alto moltiplicatore sociale ed ecologico di cui disponiamo.

Per farlo funzionare occorre però invertire la rotta seguendo precise coordinate:

1. Una legge quadro nazionale per il governo del territorio. Serve superare la legge urbanistica del 1942 fissando principi chiari e vincolanti – consumo di suolo netto zero, quote inderogabili di edilizia sociale, parametri minimi per la neutralità climatica e definizioni univoche di rigenerazione.

2. Aggiornamento degli standard urbanistici. Fermarsi alle dotazioni del 1968 è anacronistico. I nuovi quartieri e la città riqualificata hanno bisogno di infrastrutture verdi e blu, permeabilità dei suoli, mobilità attiva e luoghi di socialità e cura diffusa. Pretendiamo invece di rigenerare le città nell’epoca del mutamento climatico con strumenti risalenti all’epoca del boom edilizio.

3. Regia pubblica e interventi sull’esistente. La risposta al disagio abitativo non si dà sul suolo libero, ma riusando caserme, scali, scuole vuote e immobili pubblici inutilizzati. Ma serve una regia pubblica forte che garantisca la durata nel tempo dei vincoli sociali e calmieri i canoni in base ai redditi reali, non alle speculazioni di mercato.

4. Partecipazione e presidio sociale. La transizione ecologica urbana si fa con gli abitanti, non sopra di loro. Riconoscere l’autorganizzazione e la co-progettazione è la sola garanzia per evitare processi di gentrificazione o il degrado delle opere consegnate.

Dalle piazze europee fino ai nostri territori giunge una richiesta di dignità che non può più essere inevasa. Se continueremo a contare solo la cubatura dei cantieri avremo sprecato un’altra occasione. Se invece useremo la leva della rigenerazione per ricostruire il legame profondo tra casa, salute, adattamento climatico e comunità, daremo finalmente corpo alla politica di coesione più efficace di cui il Paese e l’Europa possano dotarsi.

https://www.greenreport.it/editoriale/64358-casa-clima-citta-riqualificare-ledilizia-pubblica-e-linvestimento-pubblico-migliore-che-possiamo-fare-per-rispondere-alla-rabbia-delle-piazze

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